18/mag/2018

Status che? Il coraggio del cambiamento

Ci sono momenti nella vita così importanti da meritare di essere suggellati da discorsi e frasi che possano restare nella mente e nei cuori di chi li vive. Non negate, anche voi avete quell’amico che a ogni compleanno, Natale o in qualsiasi occasione speciale intona quel fastidiosissimo “discorso, discorso”, che vi getta nel panico più completo e vi obbliga a scervellarvi su una frase a effetto che possa soddisfare le aspettative create dall’acclamazione.

Probabilmente lo stesso panico che ha provato Tim Cook, famoso CEO di Apple, quando è stato invitato a tenere il discorso di commiato alla Duke University lo scorso 13 maggio.

Che a pensarci bene i motivi di panico in questo caso sono almeno 3, per volere essere scarsi. Cook stesso è stato uno studente di quell’Università e, malgrado la sua fama dimostri abbastanza della realizzazione personale e lavorativa che ha compiuto dall’Università in poi, il ritorno all’ovile ha sempre un peso consistente nella vita di un uomo. In secondo luogo, il pubblico presente alla premiazione era dei peggiori che si possa desiderare: giovani, svegli, arguti e spietati studenti, che stanno vivendo uno dei giorni più importanti della loro vita e che hanno tutta la voglia e l’aspettativa di essere commossi, motivati, gasati dalle parole dell’oratore che hanno di fronte. Terzo, e non certo per importanza, la poltrona ereditata da Cook è sempre stata tra le più calde degli ultimi anni. Diciamocelo, succedere a Steve Jobs non dev’essere stato affare semplice e trovarsi a dover tenere un discorso di questo calibro, quando le famosissime parole pronunciate in una circostanza analoga dal predecessore sono fonte d’ispirazione, tatuaggi e scritte sui muri da anni, può generare quella leggerissima ansia da prestazione.

Beh, Tim, non sappiamo se questo nostro messaggio ti arriverà, ma sappi che a noi le tue parole sono piaciute. E non perché rivelino chissà quale messaggio fino a questo momento celato e sconosciuto al mondo, ma proprio perché, con grande semplicità, affrontano un tema che ci sta a cuore e che crediamo essere la fonte di svolta per un futuro a tratti così tanto pesante da immaginare: il coraggio.

Cook ha esordito dichiarando che questo momento storico, secondo lui, è il migliore nel quale si possa vivere, sopratutto grazie alla tecnologia a servizio degli individui per la costruzione di un mondo migliore. E al di là della piega furba sotto la quale possono essere colte queste parole, siamo convinti che dei ragazzi così giovani, nati con le immagini dell’11 settembre stampate in fronte, che hanno iniziato il loro percorso di studio in concomitanza con l’inizio di una delle più grandi crisi economiche che ha colpito il loro paese e il mondo, abbiano bisogno e diritto di avere iniettato nelle proprie vene del sano e ossigenante ottimismo.

Il discorso è, poi, proseguito con un omaggio – anche questa una scelta furba? Può essere, ma dite la verità, nei suoi panni non l’avreste fatto anche voi?! – di citare l’amico Steve Jobs. Riportiamo un pezzo del discorso: «Sono stato fortunato nell’imparare da qualcuno che pensava che il cambiamento del mondo iniziasse da una visione, non da un sentiero. Era il mio amico e mentore Steve Jobs. La visione di Steve era che le grandi cose si generassero dal rifiuto irrequieto di accettarle per come sono». E qui, a nostro avviso, la parte più interessante del discorso: «Qualsiasi sentiero abbiate scelto, sia esso la medicina o il business, l’ingegneria o le materie umanistiche, qualsiasi cosa guidi la vostra passione, siate gli ultimi ad accettare le nozioni che il mondo vi lascia in eredità. Siate gli ultimi ad accettare la scusa che si sa già come lo cose debbano essere fatte».

«Non sarà facile. Richiederà un grande coraggio. […] Coraggio vuol dire fare il primo passo, anche se non sai dove ti porterà. Vuol dire essere guidati da uno scopo più alto che essere applaudito. Vuol dire sapere che rivelerai il tuo carattere quando ti distinguerai dalla folla più di quando ne farai parte. […] Siate gli ultimi ad accettare le cose come sono. E i primi ad attivarvi per cambiarle in meglio».

Musica per le orecchie. Parole banali? Ne siamo proprio sicuri?
Perché l’impressione che abbiamo quando in quello che è il nostro “sentiero” entriamo in contatto con aziende e professionisti è che esista proprio una sorta di forza trascendentale, che detta l’andamento degli eventi e che risulta inutile combattere perché più forte di qualsiasi intenzione. Ecco che la disorganizzazione aziendale diventa “dinamicità”, ecco che diventiamo “untori di ansia” per collaboratori e partner, ecco che si prosegue una strada comunicativa aziendale che tutti i soggetti coinvolti sanno non essere la più vantaggiosa, giusta e strategicamente pensata per l’azienda stessa. Ecco che in tutti questi casi ci si nasconde dietro la frase “qui è sempre stato fatto così”.

L’accettazione dello status quo delle cose ci rende colpevoli del loro degenerare, tanto quanto coloro che quella degenerazione l’hanno attivata. Le cose possono sempre essere cambiate e se non cambiano non è perché non si possa, ma perché non ci stiamo provando nel modo corretto. Se tutti investissimo la metà dell’energia che impieghiamo per lamentarci di quanto male vadano le cose nel cercare di cambiarle CONCRETAMENTE, non solo lavoreremmo in aziende più floride e in salute, ma vivremmo anche in un Paese del quale essere fieri e in un Mondo da lasciare ai posteri con meno incognite e paure.

Ecco che queste parole, dette in una circostanza così importante, di fronte a un pubblico non ancora inserito nei meccanismi della società moderna e non ancora rovinato da essi, risultano essere tutto fuorché banali. Banale è ciò che è inutile dire perché già attuato o sorpassato, perché facile e scontato. Beh, siamo ben lontani da questa idilliaca situazione!

Il cambiamento del mondo nasce da una visione, non da una sentiero prefissato. E avverrà solo quando saremo veramente in grado di accettare le cose come stanno solo per usarle come trampolino di lancio verso la realizzazione della nostra personale visione, nel nostro personale (forse piccolo, ma non poco importante) mondo.